A proposito di aborto e obiezione di coscienza
E se il tuo chirurgo diventasse testimone di Geova e rifiutasse di farti praticare una trasfusione?
I vitelli dei romani sono belli
Dalla mattina, per tutto il giorno
ci siamo visti un bel film porno;
eravamo io, Piero e Francisco
e, sullo schermo: “Quiescendo disco”.
Ci trovavamo dentro il Corallo,
ce l'avevamo quanto un cavallo,
ognuno con le mutande a mollo,
e Piero disse: "Obtorto collo!"
Dopo il cinema e prima di nanna
decidemmo di farci una canna,
condimmo il tutto con un goccio di rum
e pensai: "Cogito ergo sum!"
Poi ci incontrammo con quattro ragazze
con cui facemmo le cose pazze.
Dopo l'amore si fece tardi
e Francisco sparò: "Exercitus lardi!"
Parlammo in piazza con l'Ingegnere
che poi ci volle offrire da bere;
prendemmo pure un gelato alla piastra
e fu come dire "Per aspera ad astra!"
A notte fonda andammo a Milazzo,
ma ci andammo solo per lazzo.
Petru 'u Lordu ci diede i cremini
confidandoci "Jus peregrini…"
Fino a mattina giocammo poi a golf,
con Fabio Taranto che gridava "Wolf!"…
a volte ululava, si attaccava alla fune
e ripeteva "Ego sum anima lunae!"
Afa e Omega (di Lucio e Xanax)
Quel lampione si trova proprio sopra la strada.
Un incrocio che conosco, soprattutto nella luce della notte.
È sospeso, quel lampione. E… ok, non è un lampione nel vero senso della parola.
Una palla di vetro che illumina il mio incrocio.
C’è stata quella luce, ogni sera.
Ogni sera, a farci compagnia.
Anche d’estate, nel pieno di un caldo torrido e appiccicoso, riusciva a farmi ricordare l’inverno e la neve… passato da un’altra parte.
Un’altra vita nemmeno così lontana…
Se York non viene in mio aiuto con le sue domande strane e pungenti ed irritanti, continuerò a pensare e farò fluire così bene e così tanto i miei pensieri da arrivare al nocciolo della questione (The Heart of the matter… santo Graham Greene, che palle di libro! con tutto il rispetto, eh…).
E non sono ancora pronto.
Non di nuovo.
Non ora.
“Vivo sempre come se tutto stesse per finire.
Come quando ti scopri adulto e non riconosci più il prima.
4 anni sono troppo pochi e le parole bisbigliate fanno più rumore delle urla.
4 anni sono troppo pochi per ritrovarsi quasi adulti”
Sbrigati cazzoooo!! non devo perdere i miei possibili ultimi minuti dietro passato e presente che si mischiano.
Voglio l’attimo…
E l’attimo arriva ed in un attimo va via. York era sbronzo: la riscoperta della vecchia signora Tennent’s lo aveva spinto tre metri sopra il cielo e lì, ciucco e armato di deliri mitragliatori, aveva sterminato centinaia di coppiette ignare, ma s’era perso e non sapeva dove fosse, non più. “Come se non fosse lo stesso” – rifletté tra se e se – “saprei dove mi trovi, se non mi fossi perso…
Ma non è la stessa cosa all’incontrario, ché spesso sai dove ti trovi e sei perduto uguale, come disse Luigi XVI contemplando la ghigliottina su cui si trovava.”
“Non credo proprio che abbia mai detto una simile cazzata” – risposi.
Povero frastornato York, mi s’era addormentato accanto ubriaco di birra e delle mie parole, e nel sonno straparlava.
Aprì gli occhi e mi guardò: “Buongiorno, York!”
“Sei tu York.”
“Non lo nego, ma non vuol dire.”
“Non vuol dire cosa?”
“Niente, e infatti non lo dice.”
Mio fedele York, non devi farmi pensare.
Scaccio i pensieri e tu me li fai rientrare in testa.
C’è un inizio ed una fine. Ed in mezzo ci sto io, fermo qui che sembra non sappia cosa fare ancora.
E invece lo so: “intanto, passami un pò della robaccia che stai bevendo”… lo so cosa voglio fare e chi voglio essere.
Vado sul terrazzo e mi appoggio al muro, stancamente rilassato… spalle appoggiate al muro caldo e ruvido; e guardo di nuovo il mio incrocio illuminato dalla palla di vetro sospesa nel vuoto.
È così “sospesa” che mi dà l’impressione che possa cadere da un momento all’altro. E si romperebbe, se ciò accadesse, ed i pezzi di vetro cadrebbero in giro (come schegge impazzite) nel giro di un nanosecondo.
E così il mio incrocio perderebbe la sua luce..
“He was my North, my South, my East and West[...]
The stars are not wanted now: put out every one;
Pack up the moon and dismantle the sun;
Pour away the ocean and sweep up the wood;
For nothing now can ever come to any good.“
“Questa birra fa proprio schifo, York” – sussurro… perché questo pensiero mi fa sentire piccolo piccolo. “Fa schifo, York…” – e scivola fino a perdersi ed asciugarsi sul mio collo, qualcosa che sembra provenire dai miei occhi.
Non voglio che anche il mio incrocio perda la luce.
Questa luce, voglio che resti da qui all’eternità.
E mentre penso questo ed il mio sguardo è perso nel vuoto, vedo un “muso” che riconosco.
Ma va di corsa e gira l’angolo e sparisce ed io resto così, con la sigaretta in mano e lo sguardo che cerca di seguire anche il mio pensiero.
“Resto ancora qui fuori un poco, York.” – ma York si è addormentato da qualche parte in casa e non mi sente, o forse è perso dietro ai suoi pensieri.
Sussuro a bassa voce, così piano che quasi nemmeno io mi sento…
“Resto ancora qui. Ad aspettare”
Tre di notte. York è lucido e sveglio, nonostante le pupille contornate di rosso. Com’è difficile, pensa. Quante cose pensa e non dice, e tiene nella sua testolina di cazzo.
Anni, minuti, millisecondi… più guardi da lontano e più piccoli sembrano, più ti ci trovi dentro e meno in fretta passano, ma non va bene nemmeno così. Sta sviando la discussione, York, è bravo in questo: lo ha fatto per anni, per miliardi di millisecondi. Non è facile essere superman, cantavano quelli, ma figurati quanto è difficile essere il Groucho di Dylan Dog, maschera fossile condannata all’ironia, cui si nega anche la gioia di una lacrima se non forse una volta ogni dieci anni.
Non è proprio Groucho, York, però. Almeno non fuma sigari e ha un naso meno grosso… ma anche per lui lo stesso, spalla di un narratore in bilico sui ricordi.
Osserva il piccolo frastornato Xanax dormire, sbronzo con il capo sul tavolo e la testa chissà dove, e per un attimo ne invidia la dolce depressione… solo un attimo, lo coglie e capisce.
Mentre trascina l’amico sul letto, lo sveste e lo riveste, fischietta contento; ancora più contento si spoglia e ne indossa i vestiti.
“Diventerò Xanax”, mi dico.
C’è un inizio ed una fine.
In mezzo c’è sempre qualcos’altro.
Anche quando inizio e fine non coincidono e stridono e sono distanti anni luce.
Sembra non avere senso, ma ce l’ha.
Inizio e fine s’incontrano sempre.
Parco Modanno – Capitolo 1 – Il parco
La guida turistica di Violate elenca tra le attrattive della città il parco intitolato al pittore e scultore postcontemporaneo Giorgio Modanno: “L’eccezionalità di Modanno nel panorama padano postcontemporaneo, la sua capacità di contemperare forza visionaria e preparazione accademica, sono la prova di un grande talento, emerso nonostante le difficoltà psicologiche, gli squilibri emotivi e la vita disagiata che dovette affrontare fin dall’infanzia: la madre, vedova in giovane età, si era risposata con un cugino del marito, col quale il piccolo Giorgio instaurò un legame di amore-odio che lo segnerà per sempre.
Caratterizzato fin dai tempi della scuola primaria per l’abilità nel disegno ed il temperamento bizzoso, l’artista subirà nel tempo diversi internamenti in cliniche psichiatriche – l’ultimo e più lungo presso l’ospedale giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) – per stati depressivi, atti autolesionisti e condotta violenza verso la comunità.
Durante il primo ricovero in manicomio (1981) incontra e conosce un altro degente, Elia Borbone, che lo inizia alla lavorazione dell’argilla.
Nulla resta oggi di quel periodo, perché quando passerà al marmo Modanno deciderà di fare tabula rasa delle sculture precedenti. Col tempo le smanie distruttive si accentuano: l’artista tenderà a stancarsi spesso in corso d’opera di ciò che sta realizzando, o a deturpare (in specie per quanto riguarda i marmi) il frutto delle sue fatiche, ed è questa la causa della modesta quantità di lavori finiti che siano giunti a noi a fronte di ventiquattro statue, otto affreschi e sessantatrè tele tutti incompleti.
Tra le opere portate a termine e sopravvissute ai suoi scatti di furia, tre sole, la più rilevante è senz’altro il dipinto La Madonna del Sorriso: rigettando le impostazioni classiche, Giorgio Modanno ritrae Gesù bambino e la giovane madre nudi, appena emersi dall’acqua e baciati da un sole non mostrato, il corpo di lei giovane ancora ma con tracce di stanchezza nei seni sodi solo in parte e nel ventre rilasciato. Entrambi, madre e figlio, ridono con naturalezza per ragioni che Modanno non spiegherà mai, e se sul volto del pargolo si vede appena un furbo sorriso unito alla gaiezza negli occhi tipica dei neonati, Maria è rappresentata come colta da un impeto di ilarità, del tutto speculare al mai sopito pessimismo che caratterizza il solitario artista…“
Il parco, dicevamo, è una delle rare zone verdi del Comune di Violate (Milano – Lombardia – Padania – Italia – Europa – Terra – via Lattea n. 3 – Universo – Sogno del Re Rosso) ed è anche la seconda casa dell’uomo convenzionalmente chiamato Adamo Schlesinger.
Di più, è la sua vera casa, la sua vita, il suo modo di affrontare il mondo ogni mattina.
Perché quest’uomo è un maniaco esibizionista vecchio stampo, di quelli che girano con l’impermeabile chiuso e sotto il batacchione nudo, ed è a tutela della sua privacy che ne proteggiamo l’identità reale sotto lo pseudonimo di Adamo Schlesinger.
“Se ti mostro la patatina mi fai vedere il pisellino?” – gli aveva detto così una bimba tanti anni fa, quando lui stesso poteva avere forse sei anni. Adamo s’era voltato a guardarla: carina, ingenua e curiosa. Abbassati calzoncini e mutande, le aveva offerto lo spettacolo del suo pene glabro e gratis, poi senza nulla pretendere s’era rivestito ed aveva continuato a fare le sue cose.
Era nata così? Non avrebbe saputo dirlo, son così confusi e rimestati tra loro i ricordi più vecchi. Pare plausibile come evento scatenante, ma era successo prima o dopo gli agguati alla cuginona col pistolino in mano e la faccia sorridente del bimbo che sa di fare una marachella e confida nell’impunità?
L’aveva amata, la cuginona, in quel modo pieno, puro e impossibile che i bambini conoscono. E lei lo aveva tante volte assecondato, ridendo come una matta ad ogni esibizione del cuginetto buffo col pupazzo a sorpresa. Che pubblico…
Gli occhi sognanti sul sorriso ebete dell’attualmente trentasettenne Adamo puntavano senza davvero guardare sullo specchio della vasca centrale del parco, sì da dare modo all’autore di ultimare la descrizione fisica del protagonista secondo quanto consigliato dalle migliori guide di scrittura: il riflesso d’acqua illustrava un uomo dal fisico asciutto, evidentemente allenato ma non da body building, capelli corti e ben tenuti che solo alle tempie iniziavano a mostrare un po’ di sale e pepe che pur invecchiandolo un po’ contribuiva a donargli un’aria affascinante e bla bla bla tutta la pappardella. Facciamo che somigliava al Clark Kent dei vecchi film di Superman e via. Gli occhiali però più raffinati, santo dio.
Certi termini, come “evento scatenante”, gli erano rimasti appiccicati addosso dagli anni di terapia. Sì, è ovvio, come tanti maniaci sessuali aveva dovuto frequentare una terapia, anche se non esattamente convintissimo, e alla fine ne era uscito del tutto guarito. Certo, gli restava l’ossessione del mostrarsi in pubblico, ma almeno tutti quei fastidiosi sensi di colpa cattomoralisti erano acqua passata.
Quanti scheletri, quanti ricordi e mostri nell’infanzia, quanti orrori di cui oggi puoi ridere e che anni fa ti avrebbero ucciso. Sono ancora lì, nella cantina della tua memoria, e mentre ci giochi e ridi li senti ancora perfettamente letali, come una lama sottile appena sotto il bordo di un orsacchiotto di pelouche. Per Adamo un ricordo simile risale agli anni del catechismo, quando i trastulli col pene stavano lentamente evolvendo dalla normale attività ludica ad una con un più esplicito risvolto sessuale. Insomma, fu scoperto a masturbarsi nella cappella, diverse volte, finché la catechista esasperata ne parlò coi genitori suggerendo di parlarne con uno psicologo o in alternativa con un bravo esorcista.
“Gran disgraziato!” – lo aveva rimproverato il padre accompagnandolo dal dottore dei pazzi – “Non ti potevi rintanare al cesso come fanno tutti? O magari a letto, che è più comodo? Perché, Dio bambino, giusto nella cappella?”
“Mi ispirava il nome…” fu la risposta pronta e timida del giovane Adamo.
Ridete, se vi va, ma scavate nella memoria e troverete un ricordo altrettanto imbarazzante se non peggio, o altrettanto atroce, come il sorriso infame di Franti nel libro Cuore. E in ogni caso nemmeno sottoporre un ragazzino di undici anni a colloqui interminabili con materne dottoresse fu utile a chiarire perché e quando un bimbo normale si fosse mutato in un… insomma, nella versione giovanile dell’attuale Adamo Schlesinger.
“Forse” – aveva concluso il giorno della sua ultima seduta, i venti minuti più felici del suo ultimo scampolo di adolescenza – “la risposta più onesta che posso dare è che non sono mai stato non esibizionista. Cioè, mai stato diverso da adesso. Diverso sì, anzi, in un sacco di cose, giusto? Però per questo no. Che poi per me, capisce, è strano. Strano essere qua per questo, strano pensare di essere strano per gli altri a mia volta. Magari sono solo più onesto. Cioè, magari è nella natura di tutti gli umani mostrarsi. L’uomo è un animale comunicativo, no? E io comunico con tutto il mio corpo, e gli altri magari vorrebbero farlo pure ma si vergognano o non si sentono capaci, non lo so… da piccolo credevo che lo facessero tutti. Come far pipì nella vasca dove facevo il bagno, mi sembrava normale finché non mi hanno spiegato che così l’acqua si sporca. E allora non l’ho fatto più. Ma per questo in fondo a chi faccio male? Mica vado a rubare o uccido la gente, e lo sanno tutti com’è fatto un… ha presente, no? Lei che ne dice?”
Quest’ultima domanda gli era scappata, retaggio dei suoi primi tentativi di coinvolgere la terapeuta nelle sue convinzioni. Ma sapeva già la risposta, ché tutti i dottori che aveva frequentato avevano la stessa tendenza ad ascoltare, ascoltare, ascoltare, e poi magari parlare di cinema, sport e scarpe. Tutto durante l’orario della sua visita.
Difatti la dottoressa annuì distratta e lo congedò: “Stiamo facendo progressi, Adamo. La prossima volta proveremo ad affrontare la questione da un punto di vista più interno.”
Adamo la salutò calorosamente come non mai e uscì dallo studio sorridente. Non ci avrebbe mai più messo piede.
Parco Modanno, ultimi giorni d’inverno mattina presto, era ancora “in bassa stagione”… due tre terremotati dormivano sulla scomodità di altrettante panche in pietra, una giovane mamma portava il cucciolo a spasso sulla carrozzina e, appena appena riparata dalle siepi, una coppietta di adolescenti in fuga da chissà quale scuola limonava potentemente: il ragazzo aveva raggiunto la prima base con la mano destra sotto la maglietta di lei a reggiseno slacciato, e giocava gaudente con i capezzoli aguzzi della seducente sedicente sedicenne che, da parte sua, tra un ansimo e l’altro strusciava frenetica le dita contro la patta chiusa dei pantaloni di lui, oltre la quale era facile indovinare quel turgore che a certe età assalta come un bufalo mai domo.
Tutto questo Adamo vide in un solo istante, quasi un singolo fotogramma in fermo immagine. Poi, educatamente, distolse lo sguardo, ché non era un guardone. Non lo attraevano le ragazzine (né tantomeno i ragazzini) e sicuramente quei due non erano un pubblico adatto.
Da tempo aveva imparato a selezionare i propri spettatori… gli adolescenti, con tutta la loro carica di ormoni folli e del tutto smaliziati, lo avrebbero al più osservato con noia, o magari bersagliato di derisioni e lattine di cola vuote. Motivi differenti ma altrettanto validi lo spingevano a disinteressarsi dei senzatetto: inutili parassiti del suo giardino pubblico, portavoci di filosofia a buon mercato in quanto troppo poveri per potersene acquistare di migliore, i barboni rappresentavano l’ultima spiaggia nella carriera di un esibizionista.
Bambini, niente. Lo infastidivano, anzi, i colleghi da barzellette che sputtanavano la categoria andando ad appostarsi vicino alle scuole elementari.
No, Adamo aveva un proprio codice morale, e quel mattino era per fortuna cominciato abbastanza bene: le madri, giovani e con pupi a rimorchio, gli avevano sempre donato forti soddisfazioni.
Nel cercare la migliore posizione in cui piazzarsi per essere ammirato le passò davanti abbastanza da vicino per poterle dare una discrezionale ma buona occhiata. Non era compiutamente bella, non nel senso comune del termine omogeneizzato da secoli di film dove la vicina di casa deve essere Nicole Kidman nel suo momento di grazia, eppure aveva qualcosa che la rendeva attraente nella carnosità delle labbra quasi indiane, nei suoi capelli calabresi lunghi e crespi, in particolar modo nei suoi occhi selvaggi che la maternità recente aveva adornato di una luce particolare. E, che non guastano, due grosse poppe, quasi da balia, evidenti persino nonostante giacca e maglione. “Non fosse pieno inverno” – rifletté Adamo Schlesinger - “sai la delizia per gli occhi!” Invece, con tutto quel gelo… già chissà quanti avrebbero potuto ritenerla una scriteriata a portar fuori il bimbo con quel tempaccio, a prender freddo.
Non lui, però.
Adamo – come abbiamo deciso di chiamarlo – era cresciuto in una famiglia piccola ma tradizionalista, che non voleva perdere i contatti con la terra, almeno non del tutto, e se questo comportava qualche sacrificio… pazienza! Il piccolo Adamo era venuto su in una casa fredda d’inverno e afosa il resto dell’anno, con la sola concessione di una borsa termica nelle più tragiche notti di gennaio, e di una sapiente strategia oraria nell’apertura delle imposte durante l’estate siciliana. Con tutto questo, era cresciuto forte come una lasca. Glielo ripeteva sempre, quella santa donna di sua madre: “Vedi che bello che sei, forte come una lasca e temprato a ogni cosa! Mai un raffreddore o un mal di testa, altro che quei ragazzini malaticci allergici a tutto perché difesi da tutto e bla bla bla clòndiche…” Che cosa fossero poi tutte queste lasche a cui veniva sempre paragonato, poi, Adamo non lo aveva mai saputo mica.
Con studiata noncuranza si malriparò dietro un albero, a pochi metri di distanza dalla panchina dove la neomamma s’era seduta a fumare una sigaretta (nessuno è perfetto!). Già l’idea di essere in procinto di mostrarsi lo eccitò, sicché a impermeabile aperto estrasse un membro scuro e peloso già barzotto, con veementi tendenze leghiste che crebbero d’intensità allorché si accorse non visto che la donna lo aveva notato. Lei guardava lui con occhiate fugaci e quasi distratte, nel mentre che lui con la testa appena inclinata riusciva a scrutarne le reazioni senza farsi scorgere alcuna espressione.
Partì, al solito, come una semplice minzione, getto caldo fumante di orina en pleine aire contro la base del tronco, mano sinistra sulla cloche a dirigerne il verso. Poi, mentre il flusso andava a interrompersi e in una maniera così naturale che Adamo solo con l’esercizio di anni aveva appreso, la pisciatina cedette il posto ad un lento e sensuale raspone ad occhi semichiusi, quasi un atto d’amore verso se stesso.
Occhio, però!
Arte era questa, e dunque recitazione, ché ben sapeva Adamo di non essere da solo. Come aveva detto, l’anno addietro, a quella dee-jay di Radio Strega?
“Guarda che non è per nulla un atto solitario, come dici tu. Anzi, per me è essenziale stabilire un rapporto, l’intesa con chi mi osserva. Così è, puoi chiamarmi porco e maniaco, ma io almeno suscito reazioni partecipate. Esempio, hai mai starnutito in metro con qualche sconosciuto che ti dicesse «Salute!»? Scommetto di no. Puoi schiattarci sulla metro, ragazza, a nessuno fregherà nulla. A me no. A me importa, invece, di entrare in sintonia con chi ho accanto, e quando mi guardano so che cosa hanno in mente, i loro pensieri in contrasto: ci sono quelle che si coprono gli occhi con la mano per poi sbirciare tra le dita; un tipo, una volta, s’è accomodato ben bene, sgranocchiava patatine da un sacchetto della polleria durante il mio spettacolo come popcorn al cinema. Pochi, pochissimi, si allontanano. Ancor meno tentano un approccio. Eppure di ognuno ho un ricordo, ogni emozione che ho suscitato in loro e li ha fatti in senso lato crescere è per me come un muratore che passa davanti ad una casa dove abita qualche famiglia che lui nemmeno conosce e pensa «Questa è opera mia, l’ho fatta io questa casa, anche se loro che la vivono nemmeno lo sanno.» E poi va via, orgoglioso. Come me.”
Ora la donna dal nome ignoto aveva affinato la tecnica, ricalcandola su quella di lui: non guardava con il viso, ma gli occhi grandi fissavano di sbieco la sua mano esperta, il membro a tratti visibile a tratti coperto come la lucetta di un router che si accende e si spegne e si riaccende senza sosta, o un misterioso messaggio binario in codice Morse.
Che segreti celavano quelle pupille, le sue iridi tizzoni di carbone frammisti al mare di Rimini? Non avrebbe saputo dirlo. Una spietata, partecipe indifferenza, o forse la momentanea ribellione alla sofferenza dei non brutti non belli giorni di sempre, racchiusa in un segmento non a lei dovuto e che per ciò stesso la assolveva dal peccato di assistere.
Lo spettacolo ebbe termine, come prevedibile, come quasi ogni volta, senza però il getto di gocce perlacee contro la corteccia del pino: quel finale Adamo lo riservava per massimo due volte al giorno, mai comunque alla prima esibizione. La necessità di una costante presenza sul territorio lo aveva aduso a centellinare le uscite, abortendo con un colpo di pollice embrioni di orgasmi destinati a non nascere.
Parco Modanno – introduzione
Faceva un vento freddo, di quelli che tagliano a passare sulla pelle scoperta, che penetrano attraverso l’impermeabile e congelano anche i pensieri.
Eppure, fermo all’angolo ad aspettare il verde, un pensiero acceso l’uomo (che per comodità chiameremo Adamo Schlesinger) lo aveva, e del genere filosofia spicciola: rifletteva sulle improprietà del linguaggio. In senso largo, linguaggio, anche con riferimento ai segnali di comunicazione non verbale, come ad esempio il semaforo pedonale che in quel momento gli intimava l’alt sotto forma di omino rosso in led splendenti: “poniamo caso che scatti il rosso mentre sto in mezzo alla strada… A stretto rigor di logica sarei tenuto a fermarmi lì dove mi trovo e farmi travolgere dal bus 72″.
Non era un pensiero in fondo tanto fesso, ma più capzioso che originale (in un angolo della mente l’uomo chiamato Adamo ricordava il film Rainman e la scena in cui il fratello autistico si blocca come un salame in ossequio al semaforo rosso, rischiando la buccia) e in ogni caso anch’esso fu spazzato via da qualcosa di non previsto: un fottuto zingaro maghrebino gli aveva appena soffiato gli occhiali da vista da sopra il naso per infilarli in un cilindro colmo di liquido detergente, che adesso andava shakerando come se volesse prepararci un Menedaunal on the rocks.
Anche Adamo si sentì scuotere. Da un moto di fastidio, però, e questo lo infastidì.
Uno, perché odiava i servizi non richiesti, e quel bauscia di lavavetri pedonale non gli aveva detto nemmeno “Ba” prima di iniziare il lavaggio. Poi, sapeva che l’alternativa sarebbe stata tra il mollargli comunque almeno un’euro (o un euro?) o almeno almeno cinquanta centesimi per ringrazio, facendo con sè la figura del solito fesso che accetta tutto perché non sa imporsi, oppure ripiegare sul classico “non ho moneta” e tirare dritto sentendosi pure in colpa per qualche cattolica reminiscenza di carità non data. Il terzo punto non fece in tempo a definirselo perché il marocco aveva di già terminato di asciugare gli occhiali con la pezzuola e ora glieli aveva reinforcati bene sul naso e poi ancora con un sorriso a 32 dentoni negri gli diceva “Arrivederci!” tutto contento e Adamo non poté far altro che dirglielo: “Guarda, non ho gli spiccioli e…”
“Non hai problema, signore: primo cliente mio della giornata sempre gratis è il mio stile!”
“Comunque, spiccioli non ne ho davvero” – mentì l’uomo Adamo sollevato e gonfio di sentimento – “ma se ti va potremmo prenderci una colazione con uno dei miei buoni pasto…”
“Naaaa, signor, tanti tanti occhiali sporchi in giro, aspettano me e non posso tardarli, buona giornata!!!” – concluse il tunisino (o algerino che fosse) prima di zompettare via come un rapper, lasciando il supposto Schlesinger a riflettere su quanto facile sia farsi un’idea errata delle persone, su come gli esseri umani siano in genere più portati a regalare a persone che considerano di un livello pari al loro o superiore, e sulla brevità del semaforo verde per i pedoni dell’hinterland milanese, metafora forse dell’effimerità della vita.
Della vita dei pedoni, quantomeno, considerate le partenze da Formula1 ad ogni via libera per le auto.
Pensieri in fondo spicciolatamente filosofici e, se non proprio originali, sicuramente condivisi da milioni di altri pedoni al mondo, ma che lo stesso non poterono impedire alla banale ed esile pioggerellina del primo mattino di ricoprirgli ex novo le lenti di gocce d’acqua.
Pazientemente imprecando, e senza immaginare quanto più in merda si sarebbe trasformata la giornata, l’uomo a noi noto come Adamo Schlesinger attese un ennesimo verde per attraversare l’incrocio che lo separava dalla meta.
Un sogno rivelatore
Passeggiavo per le strade del paese mio, e questo è già strano considerato che per adesso mi trovo da tutt’altra parte.
Come nella realtà, era giorno - anche se forse un’ora un po’ più tarda - e passavo accanto ad una signora sulla cinquantina, ben vestita; nel guardarla distratto i nostri occhi si incontrarono e per un istante trasalii.
La donna, turbata da ciò ma decisa, mi chiamò: “Perché mi guardavi?”
Incerto come sempre, intimorito forse dalla sua spavalderia, risposi che vederla lì mi aveva dato da pensare, e che il suo rivolgersi a me in quel tono mi aveva finalmente fatto comprendere la verità: stavo sognando, dopo il suono della sveglia mi ero riaddormentato come un salame felino, ma dovevo svegliarmi per andare a lavoro. Così la salutai e mi accinsi a risvegliarmi.
“Con calma, giovanotto” – “mi apostrofò la signora – “Se la mia domanda ti ha fatto ricordare questo, significa che ti ho reso un servizio, pertanto me lo devi pagare.”
Del tutto torto non aveva, ché non fosse stato per lei sarei rimasto a dormire, ma essendo un sogno potevo anche permettermi una bastardata: “Se vuole posso ringraziarla, ma visto che lei è solo un sogno ritengo che non abbia nulla a pretendere da me.”
A questo punto il sogno finì, ed io mi svegliai con tanto d’occhi spalancati… nulla di eccezionale, e fin troppo banale come conclusione per un sogno. Però, come disse Gaiman che in qualche modo di sogni se ne intende, suppongo che esistano finali peggiori.
Anche i divorziati vanno in Paradiso
C’erano una volta i draghi che mangiavano le belle fanciulle, e ogni tanto la loro zona di caccia si spopolava al punto che non essendovi più altre belle fanciulle oltre che la figlia del re, il sovrano si vedeva costretto a cedere la sventurata alla passione antropofaga della mitologica belva.
Solitamente giusto in queste occasioni passava da quelle parti San Giorgio (o qualche collega suo) che vedendo in pericolo la figlia di un pezzo grosso andava ad uccidere il drago e tutti vivevano felici e contenti, compresi i genitori delle vittime precedenti.
Parimenti, anni fa nel Regno Unito fu finalmente (mi si corregga se cado in errore) rimossa la norma repressiva verso gli omosessuali maschi (il lesbismo non era punibile, perché considerato non esistente) a seguito di alcuni scandali emersi attorno a personaggi membri della Casa Reale.
Insomma, il concetto base lo avrete compreso.
Ora, forse c’entra forse no, ma mi ha colpito la risposta-nonrisposta data da papa Benedetto XVI alla domanda esplicita rivolta da silvio Berlusconi, e questa è storia dei giorni nostri…
Un colpo al cerchio: “la Chiesta non può disporre liberamente della Liturgia” (e sono d’accordo);
un colpo alla botte: “D’altra parte coloro che non possono prendere la comunione a causa della loro situazione, troveranno tuttavia nella comunione del desiderio e nella partecipazione al rito eucaristico una forza e un’efficacia salvatrice“.
Chi viola il sacramento del matrimonio, in sostanza, è escluso da certi riti ma può comunque salvarsi, e – visto che il Purgatorio come lo conosciamo noi è solo un’invenzione di Dante - salvezza coincide con Paradiso e Vita Eterna… Considerando tutto il casino che viene fatto a proposito della famiglia e delle famiglie eccetera, sembra una soluzione fin troppo a buon mercato.
Eppure… eppure per salvare il figlio del re una soluzione in mente io la ho, e sono qui ora a disvelarla, sebbene sia di portata talmente rivoluzionaria da rischiare di farmi passare per scismatista.
Dal Vangelo secondo Matteo: “L’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto” (Mc 10,2-16). Poche chiacchiere, e nemmeno vale la lettera di ripudio inventata da Mosè per venire incontro ai duri di cuore, e che il papa non vuole imitare.
Ma qualcuno potrebbe dire “Sì ok, ciò che Dio ha unito… ma è stato un prete a sposarmi, mica Dio in persona”. Ecco, questa obiezione è capziosa, in quanto il prete quando celebra un matrimonio non è che un misero officiante, tanto quanto un impiegato del Comune che ti mette un timbro: è stato il Comune, in realtà, ad apporre il timbro, e di quell’impiegato magari nessuno ricorderà più il nome né il viso.
La mia soluzione, ben diversa, è quindi la seguente: Dio, nella Sua infinita bontà e misericordia, annoda e snoda i fili della vita delle persone, e se il matrimonio è il suo unico modo di annodarli (cosa che trovo personalmente opinabile) non è detto che la morte sia il solo modo per snodarli: ben si potrebbe, a rigor di logica, ritrovarsi in chiesa di fronte all’officiante ma ricevere da Dio la ratifica dello sicoglimento del sacro vincolo (data da Lui In Persona, insomma, e quindi non tale da porre in peccato i divorziandi) nei casi in cui gli sposi ritengano di non poter più procedere uniti nel cammino.
Blasfemia? Forse. Ma del resto secondo la Bibbia la donna che perde il marito deve sposarne il fratello, e non mi pare che sia un precetto tanto rispettato.
Ti ho sognato la notte scorsa (di Lucio e Xanax)
Ti ho sognato la notte scorsa.
Bellissima bocca ed occhi sempre più scuri ma limpidi.
Più sfrontati… anche nella tua muta richiesta.
Continuo ad amarti. Sempre di più. Ogni giorno che passa. E non è la conseguenza dell’abbandono o l’idealizzazione della tua persona e tutte quelle stronzate.
Io ti amo e basta.
Tu sei nata per me.
Questo io so.
Ma non posso forzarti a provare qualcosa che provo solo io.
Non ti mando più lettere. Ho smesso da tempo, ormai.
Sono arrivato in mattinata.
Al porto, pochissime persone. 2 o 3 api che aspettavano senza nessuna speranza che ci fosse qualche anima che scendesse dall’aliscafo.
Aveva piovuto da poco e c’era quell’odore di terra bagnata che avevo sempre adorato sentire, quando abitavo sull’isola.
Era un odore particolare ed unico che non ero più riuscito a sentire in nessun’altra parte.
Xanax stava proprio accanto ad un’imbarcazione di qualche turista australiano che si trovava a passare di là mentre faceva il solito giro dell’europa in barca.
Non pensai nulla di veramente importante in quel momento. Nessun pensiero altisonante e stupido e ridicolo venne fuori dalla mia mente stanca. Notai solo che aveva i capelli poco più radi ai lati.
Ma fu un pensiero che se ne andò così come venne.
Come una sorta di formalità. Perché è normale avere di questi pensieri quando ti rivedi con una persona dopo anni e anni passati a non vedersi né sentirsi, se non sporadicamente via mail. Sono formalità, quasi una cortesia, se vogliamo. Ti chiedi semplicemente cosa dire, anche mentalmente.
“Chiedimi di far piovere ed io lo farò
Chiedimi di guardarti senza toccarti, lo farò
Chiedimi di non fare domande
Chiedimi di stare accanto a te, in silenzio
Farei anche questo per te
Preferirei avere vita corta e stare con te, piuttosto che vivere cent’anni senza la tua ombra.
È ossessione questa, per te?
E’ amore?”
Ma si possono scrivere stronzate più stupide di queste? Si può continuare ad essere così stupidi? A sbattere la testa contro il muro?
“Certamente”, disse York.
Stetti un po’ in silenzio a riflettere sugli interventi che faceva sui miei pensieri prima ancora che io potessi esprimerli. Poi Xanax – che sarei io – si staccò da terra e si diresse verso il frigo.
Lo aprì e lì, proprio davanti a lui, apparve un mondo nuovo.
REFRIGERIO dalla vita comune e normale.
Lì riusciva a dimenticare tutte le stronzate di cui sopra.
Sono tanti i modi di assimilare – pensò (pensai). Il cibo è uno dei pochi piaceri che restano, in fondo. Ed è anche una metafora della vita, come qualunque altra cosa.
Prendiamo lo yogurt, per esempio: lo yogurt sei tu, la dolcezza di quei primi momenti e anche di alcuni degli ultimi. Ma senza il retrogusto amaro che hai lasciato. Meglio lo yogurt.
E così tutto il resto che nel frigo è contenuto, dal roast-beef col suo sapore maschio e robusto di un albero secolare che era mio padre quando ancora non me ne ero accorto, al succo di frutta dalle allusioni fin troppo esplicite.
E il limone? quel mezzo limone rinsecchito che sarebbe?
Quel mezzo limone rinsecchito – continuò Xanax – è tutto il retrogusto amaro dello yogurt che mi hai regalato, senza che io te l’avessi chiesto o ti avessi addirittura pregato di regalarmi.
In quel mezzo limone rinsecchito, in mezzo a quei rilievi giallognoli, verdastri e grigi, ritrovo la piega che ha preso, tutt’ad un tratto, la nostra vita.
In mezzo a quei rilievi ci stanno lacrime e ferite.
“Le mie…” – disse Xanax, rivendicandole quasi come se fossero proprietà privata ed indiscutibile
E quindi, quel mezzo limone rinsecchito, non merita di stare in quell’angolino. “Proprio dietro il roast-beef.” – disse Xanax spostandolo e mettendolo in prima fila.
Come un trofeo del suo vizio… (anch’esso di cui sopra)
“O una reliquia…” aggiunse York ai pensieri di Xanax.
“Finiscila di leggermi dentro.”
“E tu smettila di riflettere a voce alta.”
Rimasero in silenzio per un po’, York fumando il resto dello spino e Xanax semplicemente zitto. Rifletteva senza voce alta? Boh!
D’un tratto, comunque, si risolse a sbottare: “Ma che due coglioni!”
“Io e te?”
“Ma no… Cioè, sì, anche, ma mi riferivo ad altro.”
Boccata di spino. “Tipo cosa?”
“…”
“…”
“Beh, lei, il tempo che passa ma non passa, il mezzo limone nel frigo.”
“Quello dovrai buttarlo, prima o poi.”
“E’ il mio limone. Ed è anche il mio frigo, giusto per precisare. Passa.”
“Ma non dicevi che è da coglioni rovinarsi cervello e polmoni con le canne, ieri?”
“Appunto… Io e te che siamo?”
“Due coglioni. Giustamente attorno a un cazzo di frigo, che per inciso stai tenendo aperto. Sai la bolletta, questo mese?” – Ma alla fine gliela passò, la canna.
Chiusi il frigo (io, Xanax) e chiusi così la porta in faccia ai miei ricordi, sperando per sempre.
Ma anche no…
“Che hai sognato stanotte, Xanax?”
“Vaffanculo!!!”
“…”
“…”
“Ok, era per dire.”
“E dici qualcos’altro…”
“Mmm… ok… che ne pensi, di quelle persone, che quando scrivono mettono le virgole, non a casaccio bada bene, ma, tutte sbagliate, come per, dare enfasi, sottolineare, come si fa parlando a voce.”
“Ho sognato lei… bellissima bocca ed occhi sempre più scuri ma limpidi…”
“Recepito… vabbè, tanto la canna è finita.”
“Già… è finita…”
York uscì di casa, probabilmente diretto dal pusher di zona. Aprii la porta del frigo e, con calma, mi rimisi a contemplarti.
Milano è incomprensibile
Che senso ha una quantità così spropositata di afa e calura in una città dove non c’è il mare? Tutto bel tempo sprecato!
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